Si sBARACKka

Già me lo immagino con la sua scatola di cartone riempita con la foto di famiglia, la piantina d’ordinanza presente sulla scrivania e la bandiera americana accuratamente piegata. Un immagine semplice di un uomo che ha fatto la storia del paese più potente al mondo.

4 novembre 2008. Barack Obama diventa il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America sconfiggendo il candidato repubblicano John McCain, e viene rieletto per il secondo mandato il 6 novembre 2012 battendo Mitt Romney.

Il suo compito fu di sostituire il  tanto criticato presidente uscente George W. Bush, colui che ha attraversato l’11 settembre 2001, il giorno in cui gli Usa vennero colpiti nel cuore senza probabilmente mai essersi ripresi.  Conquistò tutti anche i più scettici con la sua eccezionale parlantina, la vicinanza al popolo, nel primo mandato la sua amministrazione ha dovuto affrontare la grande recessione e le  sue decisioni hanno incluso profondi cambiamenti nella politica fiscale, nel sistema sanitario e nella graduale chiusura del campo di prigionia di Guantanamo. Tra i successi del suo secondo mandato si possono notare l’approvazione a livello nazionale del matrimonio omosessuale e la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba e la rimozione dell’embargo alla nazione caraibica. Tornando all’ObamaCare approvata nel 2010 e  chiamata così dai media e dai repubblicani, la più grande e ambiziosa riforma ha dato copertura sanitaria a quasi 13 milioni di americani in un anno e mezzo ma molti dubbi e punti interrogativi l’hanno resa vulnerabile a attacchi sia degli avversari che a una sentenza della Corte Suprema.

Ok, non voglio “annoiarvi”, come detto nella mansarda non si critica e neanche si amplia il lavoro di qualcuno, ci piace giudicare l’uomo,la persona. Ricordate nei suoi primi discorsi nel lontano 2008-2009, quando ha parlato del buon vecchio Sogno Americano, American Dream? Ecco, lui sicuramente ha incarnato in pieno questo sentimento che attraverso il duro lavoro, il coraggio, la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica, e l’ha trasmesso ai suoi elettori. O a chi a km di distanza gli ha dedicato la propria tesina della maturità, abbagliato dai viaggi dei bisnonni italiani partiti con quelle famose cento lire per cercare fortuna nel nuovo mondo colombesco (non so se si può dire ma mi suonava bene). Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald ma soprattutto “La luna e i falò” di Cesare Pavese, ultimo romanzo dello scrittore, il quale racconta la storia di questo Anguilla che dopo aver fatto fortuna negli states dopo la Liberazione, ritorna nel suo paese d’origine, ricordando il passato; mi hanno ispirato e fatto capire parecchie cose nella vita, il concetto di sudore della fronte.

A chi si ispirava Obama? Beh sicuramente a Martin Luther King, il leader dei diritti civili che con il suo celebre “I have a Dream” ci ha messi nella condizione di poter sognare un mondo migliore, poi in comune la vittoria del Nobel per la Pace, nel 1964 per il primo e nel 2009 a Obama “per il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli”.

L’8 novembre del 1966 diventava presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy e proprio in questo giorno, oggi si contendono la Casa Bianca, il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton.  Una guerra con tanti scheletri nell’armadio da ambo le parti, poche idee innovative e anzi la paura che in caso di vittoria del tycoon, quella valigetta con le disposizioni per la bomba atomica nelle sue mani sarebbe un disastro molto più grande che un finto match di wrestling. Francesco Costa, vicedirettore de Il Post ai miei microfoni a Retweet a Campuswave mi aveva detto che questi sono i candidati più impopolari della storia, entrambi potrebbero vincere solo contro l’altro, come non dargli ragione.

Con quell'”Obama Out”, con la caduta del microfono, le battute pungenti da vero showman consumato, qualche mese fa ti sei congedato da questo mondo, ci hai regalato un un ultimo sorriso con il selfie concesso alla donna più straordinaria e forte del nostro paese, Bebe Vio, ti avremmo odiato se non lo avessi fatto.

Tranquillo hai ancora tempo, almeno fino al 20 gennaio (giorno dell’insediamento del nuovo Presidente), poi tornerai a essere una persona “normale” come noi ma lo sei sempre stato probabilmente, guiderai una macchina, prenderai la metro, andrai a fare footing magari senza scorta. Ma sono convinto di una cosa, vedrete se mi sbaglierò, non è detto che non ti rivedremo, magari a braccetto, come “first gentleman” di una Michelle in versione Hillary con innate qualità oratorie.

E’ arrivato il momento del check out, dei saluti.

YES WE CAN BARACK.

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