Il difficile mestiere del pendolare

Qualche giorno fa, come raramente succede,  sono andato a Genova per un esame universitario, dico raramente perché avendo la facoltá a Savona svolgo tutti gli esami in sede e ancora piú strano non mi capita spesso di prendere il treno.

Apparte il fascino che ha da sempre quel mezzo di locomozione sin da quando si é bambini con la bocca aperta guardando fuori dal finestrino, mi ricorda molto gli anni del liceo, il treno delle 7.32 in partenza dal mio paesino Celle alla volta di Savona, piccolo tratto ma che mi ha consentito di consolidare grandi amicizie che proseguono ancora negli anni.

Non sono mai stato un viaggiatore sui mezzi di trasporto, con gli autobus non ho un gran rapporto e quando dal 2009 ho la patente, la mia 600 granata mi ha sempre accompagnato in tutte le scorribande, considerando anche che i miei posti di lavoro non esigevano grossi viaggi.

Durante il viaggio sia di andata che di ritorno, mi sono reso conto di essere dentro un minimondo, ogni persona ha la propria storia con sfaccettature diverse. All’andata devo essere sincero,concentrato e un attimo in ansia per l’esame mi sono perso alcuni dettagli ma al ritorno ho potuto carpire la bellezza, la diversità e difficoltá di chi vive la propria vita da pendolare.

Sono le madri che danno più spunti durante il viaggio, una di queste donne che finito il turno di lavoro chiacchiera presumo con la collega raccontando il proprio pomeriggio di rincorsa a portare il primo figlio a calcio, il secondo in piscina, sistemare casa, preparare cena, andarli a riprendere, un circolo vizioso che quasi si ripete tutti i giorni,sento nelle sue parole una certa stanchezza, pesantezza che viene fuori con un altra donna sui 40 in litigio telefonico con il marito. Madre e figlia in viaggio di ritorno da una visita sportiva, molto complici, confabulano sul futuro fidanzatino e sparlano della compagna dell’ex marito/padre.

I giovani, quanti ne trovi sui treni, la scolaresca elementare, in viaggio per il Parco di Voltri, sono tornato indietro e mi rivedevo in quella scena, grassoccio, cartella enorme, a fare impazzire le maestre, i ragazzini in versione “portoghesi” che scappano dal controllore, fuga in bagno e multa evitata. Poi lei, l’universitaria, libro di filosofia, studentessa di lettere, bellissima, mi sono perso un ora buona di aneddoti osservandola, non pensate male, non sono un guardone, era di una bellezza mozzafiato, cuffie alle orecchie, cosa che non ho mai capito, non riesco a concentrarmi con la musica, ma non voglio di certo dicendo questo rovinarvi il pensiero.Scende a principe, fine del viaggione.

La musica, fisarmonica e violino, sound molto triste, fratelli e sorella presumo, si assomigliano, giovanissimi, occhi tristi allietano i passeggeri, molti sono scocciati, io ascolto volentieri le note di Beautiful that way di Noa, colonna sonora de “La Vita é  bella”.

Una prof corregge i compiti, penna rossa, non vorrei essere nel ragazzino che riceverà il voto, alcuni si lamentano dei continui ritardi di Trenitalia, un classico,il controllore sbuffa guardando l’orologio, sta finendo il turno, ha attaccato alle 4, sono le 13, stanchezza visibile e giustificata. L’ultimo, ma non ultimo, riguarda quest’uomo al telefono con la moglie, valigia grossa, fogli di lavoro davanti, in trasferta per lavoro da mesi, a Sanremo tornerà a casa, gli passano il suo bimbo, si commuove.

Impariamo a ascoltare loro. Quelli che vivono il difficile mestiere di essere pendolari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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