Tredici anni di finte verità

Non me la sono sentita, il 14 febbraio, di scrivere di getto tutta la rabbia che ogni anno sovviene per una verità che non arriva.

La stampa, le tv, si occupano solo ed esclusivamente della festa degli innamorati, per me dal 2004 quel giorno è il ricordo di un uomo che non c’è più.

Che è stato ucciso. Le prove ci sono.

Nel 1999 a Madonna di Campiglio era morto la prima volta, grazie a  voi giornalisti da quattro soldi che amate riempire le pagine dei giornali per infangare le persone, livello di ematocrito superiore dell’1% rispetto al valore massimo consentito dai regolamenti, sospensione dal Giro d’Italia. Doppi controlli dicono che il suo valore fosse intorno al 48%, tutto regolare. C’è qualcosa sotto. Ne parliamo dopo.

Braccato dalla stampa, il Pirata che soffriva di pressioni emotive, cade in depressione, riprova a tornare a correre come gregario di Garzelli, qualche lampo di grande classe ma oramai la sua testa entra in un circolo vizioso. Quello della droga.

Si estranea da tutti, prova a disintossicarsi ma quel piccolo residence di Rimini, “Le Rose” diventa la sua tomba, l’autopsia rivelò che la morte era stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina. Tutte balle.

Mamma Tonina, la madre di Marco Pantani, da sempre ha cercato di far uscire la verità sulla vicenda, una donna di altri tempi con una forza d’animo senza precedenti, gli hanno ucciso il suo unico figlio.

Si tratta di una lotta contro tutti, contro i media, la giustizia, lei sostiene da sempre che il figlio sia stato assassinato simulando un’overdose, probabilmente per farlo tacere riguardo a qualche scomodo segreto, forse legato al doping nel ciclismo e alla sua squalifica, al mondo delle scommesse truccate o a quello della droga, di cui sarebbe stato a conoscenza. Richiesta più volte la riapertura dell’indagine archiviata, sostenendo che le firme per il prelievo dei soldi, che Pantani avrebbe usato per comprare la droga, sarebbero falsificate e che non c’era traccia di droga nella camera del residence, come ci si aspetterebbe dalla stanza di un tossicodipendente che ne fa uso abituale e che il ciclista, a suo parere, non era dipendente dalla cocaina, né voleva suicidarsi.

La stanza, rivisto il video della scientifica nei minimi dettagli, che durante quegli anni era passato in secondo piano, era stata messa apposta nel caos, definito il “disordine ordinato”, c’erano residui di cibo cinese, che Pantani non mangiava mai, nessuna bottiglietta d’acqua per ingerire la dose di cocaina (in realtà era presente una bottiglia semivuota, ma venne ignorata e non analizzata a sufficienza), e alcuni lividi sospetti sul corpo del ciclista, tali da far supporre un’aggressione di più persone, per forzarlo a bere l’acqua con la cocaina. Nel 2014 viene reso noto che la Procura della Repubblica di Rimini, a seguito di un esposto presentato dai familiari di Pantani, ha riaperto le indagini sulla morte del ciclista con l’ipotesi di reato di “omicidio volontario”poi però è stata richiesta l’archiviazione delle stesse nel settembre 2015 con la motivazione che la sua morte fu causata da suicidio e non da omicidio.

Ma non è finita qua, perchè il giornalista Davide De Zan, figlio del grande Adriano, è deciso a far uscire a galla tutti i reali scenari e grazie un’inchiesta da parte della Procura della repubblica di Forlì in corso viene diffusa un’intercettazione di un detenuto vicino ad ambienti legati alle scommesse clandestine, il quale, riferendosi all’episodio di Madonna di Campiglio, implicherebbe un intervento della camorra nell’esclusione di Pantani dal Giro d’Italia 1999, il sangue del ciclista sarebbe stato deplasmato. Il giorno successivo Premium Sport rende pubblica una nuova intercettazione, in cui Augusto La Torre, boss di Mondragone, confermerebbe il coinvolgimento della malavita nel caso Pantani, accusando l’alleanza di Secondigliano, per non parlare delle parole del boss Renato Vallanzasca il quale sostiene che un suo amico, habitué delle scommesse clandestine, lo abbia avvicinato cinque giorni prima del “fatto” di Madonna di Campiglio consigliandogli di scommettere sulla sconfitta di Pantani per la classifica finale, e assicurandogli che «il Giro non lo vincerà sicuramente lui».

Qualcuno l’ha fatto fuori, era scomodo, vinceva troppo? Dovevano guadagnare sulla vita di una persona.

Più passa il tempo e le immagini si fanno sfocate di quello che è successo. Nessuno ci ridarà indietro quel campione ma la riabilitazione di un uomo sarebbe la vittoria più bella.

In questi anni mi sono reso conto che non esiste la verità in tutte le cose. Bisogna sempre accertarsene. E che il giornalismo è una cosa seria, se fatto bene.

A volte caro Marco nella lotta con la vita anche io mi alzo sui pedali.

E’ una fatica meravigliosa. Ma non si molla.

Giustizia sarà fatta.

 

 

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