Il diario della bicicletta

Ho passato alcuni giorni di tristezza in cui nella mia mente ho pensato parecchie cose. Riflettevo su quanto il destino ti possa mettere di fronte ai momenti più belli e da un momento all’altro anche ai più brutti. La morte di Michele Scarponi è uno di quei momenti, 37 anni, una carriera di grossa fatica da ciclista professionista, il rischio delle cadute che fanno parte del tuo mestiere, penso a Wouter Weylandt, Fabio Casartelli, Antoine Demotiè, mancati proprio in sella a una bicicletta. Michele ne veniva da un ottimo Tour of the Alps, una vittoria e due maglie vinte regalate proprio la sera prima ai suoi gemellini la sera prima del fattaccio.

Sfortuna vuole che il simpatico, solare, gregario, capitano marchigiano dell’Astana scegliendo la via dell’allenamento nel suo paese d’origine non aveva con sè in quella uscita mattutina compagni professionisti di sgambate, i ciclisti solitamente preferiscono luoghi come la Toscana per allenarsi in gruppo. Lui riuniva i cicloamatori, simbolo di semplicità. Era da solo e un camion se l’è portato via in un 22 aprile qualsiasi, senza gare.

Potremo stare qui a piangerlo per sempre ma non servirebbe a nulla, lui non vorrebbe così, ci si aggrappa a un destino beffardo, al fatalismo. È morto facendo quello che gli piaceva di più. Andare in bicicletta.

La bicicletta, la prosecuzione del loro corpo, più che un mezzo di locomozione, ha fatto parte della mia vita, mi ha aiutato anche in un momento difficile, mi ha sgombrato la mente.

Appassionato da sempre di ciclismo grazie a un fratello innamorato ai tempi di un Gianni Bugno che negli anni 90 regalava gioie immense (che quella biglia-ricatto per farlo giocare ancora la devo trovare), ricordo le nostre scommesse sulle volate tra Cipollini e Petacchi, non vincevo mai, il Re Leone era troppo forte ma con lo spezzino ci avevo preso, diventò poi il suo erede.

Il Giro d’Italia per tre anni consecutivi seguito con Campuswave, rappresenta per me l’inizio di tutto soprattutto con quell’intervista al vincitore della tappa di Savona Michael Rogers, dopo le grandi testate c’eravamo noi, mica male, emozione immensa.

Per non parlare del Tour ricordo con immenso piacere una scena in particolare, nel 2003 mio padre tutta l’estate la passava a sistemare la nostra attuale casa, tagliando erba, rovi, era praticamente una foresta. Quel giorno gli diedi una mano e in una pausa mi mandò a prendere dell’acqua nella bocciofila di fronte. Ullrich contro Armstrong, vecchietti incollati alla televisione, cade il tedesco, commenti in ligure esilaranti, rimango appiccicato anche io a seguire l’andamento della corsa francese. Aspetta l’acqua pá, io arrivo.

Dopo questi racconti di ciclismo di alta scuola torniamo all’importanza di quelle due ruote, la passione del sudore e della fatica nasce anche quando nel 2011 sono stato assunto da Decathlon, azienda francese di articoli sportivi, proprio nel reparto ciclismo, montaggio bici, regolazione cambi, mi ero fatto una cultura incredibile. Poi a gennaio del 2013, e già avevo cambiato lavoro, una svolta sentimentale, avevo bisogno di staccare un pò, compro una mountain bike dal mio amico rivenditore (non da Decathlon, la qualità é bassa, ora lo posso dire) e inizio a girare. Non la prendo da corsa, voglio subito far fatica, viaggio da solo, testa libera, bei posti da visitare, salite impossibili, cadute improbabili con quegli attacchi che delle volte non sai ancora come sganciarti e Sassello come simil Zoncolan, obiettivo finale partendo dalla Riviera.

La fatica non la senti, vuoi solo arrivare, goderti il paesaggio, per quello dico che il ciclista è un filosofo, un poeta, un pittore, la bici non è un oggetto è un’opera d’arte e viaggiando vedi cose da poter poi raccontare, ricamare che in auto non vedresti mai.

Ci odiate cari automobilisti, mi permetto di usare il noi, dicendo che non andiamo in fila indiana, occupiamo la carreggiata, siamo pericolosi, certo non tutti sono educati ma il fatto è pregiudicante, regna un razzismo dilagante che non aiuta nessuno.

C’è bisogno di norme, non facciamo sì che ci siano ogni giorno delle nuove vittime come Michele.

Nel frattempo quella bici l’ho abbandonata, si è riempita di polvere, qualche chilo l’ho preso, ingabbiato nella pigrizia e forse anche nel poco tempo a disposizione.

L’ho guardata proprio ieri in magazzino, mano sulla sella ci ho soffiato via la polvere.

Torno in sella, sgombero la mente, ricordo Michele.

Scrivendo un diario dei viaggi che saranno.

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