La sana rivalità del ciclismo

Venerdì abbiamo dovuto dire addio a Felice Gimondi. Uno dei più forti ciclisti italiani e mondiali di sempre. Vinse tutto, portò al trionfo come presidente della squadra Marco Pantani al Tour e io su Savonanews ho voluto ricordarlo con due aneddoti legati alla Milano Sanremo e alla tappa del Giro d’Italia con arrivo a Savona dove Eddy Merckx fu squalificato ed escluso per doping facendo passare la maglia rosa dalle sue spalle a quelle di Gimondi.

Il ciclista bergamasco alla ripartenza di Celle si rifiutò di indossare la maglia di leader per rispetto del suo avversario. Eterno, indiscusso rivale a cavallo degli anni 60-70, che “se non ci fosse stato il belga Gimondi avrebbe vinto molto di più”, hanno sempre detto tutti.

Si volevano bene Eddy e Felice e le parole del cannibale sulla morte del suo amico-nemico sono l’apoteosi di quanto sia bello, oltre al ciclismo anche lo sport in generale. “Con lui scompare una parte della mia vita”. Meraviglioso.

Si potrebbe accostare al dualismo per eccellenza del ciclismo italiano. Fausto Coppi vs Gino Bartali era un argomento di stretta attualità sportiva e non solo nell’Italia del secondo dopoguerra. La laicità di Coppi si contrapponeva al cattolicesimo di Bartali tanto che spesso i due venivano accostati ai due principali partiti del tempo, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana.

La rivalità tra i due campioni fu sempre di alto livello e improntata al più corretto rispetto tra i due contendenti. Tra di loro i rapporti furono sempre amichevoli, nonostante il carattere burbero di Bartali e quello introverso di Coppi.

I due avevano in comune un doloroso ricordo: entrambi avevano perso un fratello per il ciclismo. Giulio Bartali era morto a neanche vent’anni nel 1936 per un incidente contro un’auto durante una corsa, mentre Serse Coppi morì nel 1951 per una caduta durante la volata finale al Giro del Piemonte.

Bartali, era solare e schietto campione contadino, sanguigno e amante di vino e buon cibo, di morale tradizionalista, e Coppi, personaggio tormentato, secco e atletico, fedele alla dieta e scientifico nella sua preparazione, di idee libertine ma malviste.

In corsa però a volte si punzecchiavano (agli inizi però Bartali fu compagno e grande promotore di Coppi) come ad esempio durante campionato del mondo di Valkenburg nel 1948, quando Coppi e Bartali, invece di fare gioco di squadra, fecero di tutto per ostacolarsi a vicenda e vennero ritirati e squalificati dalla Federazione per un mese.

Bartali conclusa la carriera divenne il direttore sportivo e volle Coppi come suo capitano, purtroppo però Fausto in una gara di esibizione contrae la malaria e muore.

Alla morte del toscano, una borraccia contesa tra le mani dei due diventerà il simbolo della loro indissolubile unione nel mito. Era il 6 luglio del 1952: i corridori stanno scalando i tornanti del Col du Galibier al Tour de France. Un fotografo immortala l’attimo esatto in cui avviene lo scambio di borraccia tra i due: davanti la maglia gialla di Coppi, dietro il compagno di squadra. Nella foto non si capisce chi è che passa la borraccia all’altro, e se da un lato questo mistero divide i tifosi dei due corridori, dall’altro trasforma subito la foto in un’icona: simbolo di una nazione che è sì divisa, ma che vuole ritrovare un’unità. Questa foto è soprattutto il simbolo di una grande rivalità sportiva, che in corsa a volte ha avuto delle degenerazioni, ma che fuori dalla corsa si trasforma in profonda amicizia e reciproco rispetto.

Il bello del ciclismo è anche questo, la sana rivalità tra gli attori protagonisti. Quasi impossibile da vedere in un qualsiasi altro sport.

 

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