Cosa racconteremo ai nostri figli del Covid

È da qualche giorno che lo dico a Luana. E probabilmente sentirmi dire una cosa del genere a qualche mese dai 30 anni le avrà fatto piacere da una parte, nonostante il concetto di fondo, e pensare che sono cresciuto. Non penso che lo crederà ma credo che invece sia legittimo chiedersi cosa racconteremo un giorno di tutto questo ai nostri figli.

E come me generazioni di ragazzi nati soprattutto negli anni 80 e 90 che sono da poco papà e mamma o che lo diventeranno nei prossimi anni.

Gli diremo che abbiamo avuto paura, tanta, angoscia, preoccupazione per i nostri cari. L’attenzione in ogni momento della giornata a tutte le azioni compiute. A lavarsi e igienizzarsi molto spesso le mani, mantenere la distanza sociale, tenere sempre la mascherina.

Il simbolo di questi ultimi terribili 9 mesi è sicuramente quella. Ma voi vi immaginavate un giorno di indossarla sempre come da anni fanno in Giappone per via dello smog? E ammettiamolo, li abbiamo anche presi per il naso se li vedevamo indossarla in Italia. Ora le abbiamo tutti, o meglio quasi tutti.

Ogni 5 giorni, una settimana, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in diretta tv ci spiega la nuova restrizione messa in atto dal Governo. In primavera era stato istituito il lockdown dove potevamo girare solo con l’autocertificazione e potevamo giustificare gli spostamenti solo per motivi lavorativi, salute e situazione di necessità. I bar e ristoranti erano chiusi, nei supermercati si entrava uno per famiglia, per un periodo si poteva fare attività fisica solo intorno a casa e i nostri parenti e amici li potevamo vedere solo dietro ad uno schermo.

Nel frattempo in quei terribili mesi primaverili abbiamo iniziato a perdere una generazione, i nostri anziani, la nostra memoria. Uomini e donne che hanno vissuto la guerra e che non ci sono più.

Poi i numeri sono migliorati, l’estate è filata via abbastanza liscia. Troppo. Le regole in molti hanno iniziato a non rispettarle. Gli assembramenti nelle piazze, fuori dai locali, sulle spiagge. Da agosto in poi i numeri hanno ricominciato a salire e ora siamo al punto di prima. Forse peggio.

Le persone continuano ad ammalarsi, gli ospedali sono pieni e la paura che non è mai svanita e ritornata.

Bar e ristoranti devono chiudere alle 18.00 e scendono in piazza arrabbiati contro un Governo che le risorse per campare ancora non gliele ha fornite. Nelle strade però non scendono solo loro ma anche chi cavalca la rabbia e spacca tutto, mettendo a ferro a fuoco la città. La preoccupazione per il futuro la capisco, la delinquenza no.

Penso che la politica da marzo a giugno non abbia fatto male, l’Italia comunque rispetto ad altri paesi aveva tirato su la testa. I rapporti tra tutte le forze politiche in campo erano tesi ma coesi. Non posso dire la stessa cosa in questo momento dove sono tornati (come sempre hanno fatto in passato) ad urlarsi in faccia, le divisioni aumentano e il Governo non sta aiutando.

Vengono prese decisioni affrettate, forse sbagliate, cambiate quasi di giorno in giorno. Ora siamo passati alla suddivisione in fasce diciamo di livello di contagio. La Liguria, ad esempio dove i numeri dei contagi giornalieri a Genova salgono in maniera spaventosa, è solo in zona gialla (quella in teoria dove le restrizioni sono più leggere) quando invece dovrebbe stare nella arancione o rossa. Ci arriveremo, ma con qualche giorno di ritardo.

Nell’ultima settimana poi ne abbiamo sentite tante. Dal tweet di Toti sugli “anziani non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, 280 caratteri figli di un’estrapolazione sbagliata di un addetto stampa ma che ha creato un’insurrezione popolare giustificata, passando per le immagini delle ambulanze in fila che ci hanno ricordato quelle delle bare di Bergamo.

Non ne possiamo più. Ogni giorno è una lotta con il pensiero di non fare e farci del male con una cosa che non sappiamo quando e in che momento può arrivare, anche solo per una disattenzione. Penso a Luana negli studi medici che ha a che fare tutti i giorni con le persone per via dei vaccini antinfluenzali, ai nostri genitori, ai nonni. 

Non so come ma spero che presto finisca. Non lo racconteremo ai nostri figli ridendoci su, ma sarà come un racconto di una guerra moderna dove purtroppo in molti non ce l’hanno fatta.

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