Il rumore delle poltrone vuote

E’ sempre difficile e complicato parlare del Festival di Sanremo soprattutto quando non lo vivi dall’interno come ho fatto per 4 anni. Quest’anno è una storia diversa, particolarmente surreale, un mini mondo in una città nel quale vige la zona arancione scuro e che deve andare avanti nonostante tutto, dopo 365 giorni nel quale la nostra vita è cambiata irrimediabilmente.

The show must go on si dice. Ed è giusto così. Ora so già che leggendo questa intro mi subisserete di fischi perché in un paese che conta più di 300 morti al giorno, con una pandemia in corso e una variante che fa più male del previsto, una manifestazione canora, una festa, non sarebbe stata giusta farla.

Nonostante tutto c’è bisogno di leggerezza, di poter passare quelle circa 5 ore (forse un po’ troppi 26 cantanti) spensierati ascoltando quella musica che tanto ci è mancata, se non nelle cuffie quando andiamo a correre o in radio. Le poltrone rosse dell’Ariston erano rumorosamente e giustamente vuote. Il pubblico non doveva esserci per un milione di motivi e bisogna dire grazie a Fiorello e Amadeus se sono riusciti a gestire un aspetto non facile e da non sottovalutare per degli artisti. Non avere un premio, cioè l’applauso, dopo un’esibizione, un monologo e una battuta per un comico, cantante, presentatore deve essere la mazzata più grossa.

Sono stati bravi, senza dubbio. Con le poche risorse messe a disposizione da mamma Rai che in questa situazione ha dovuto giocarsi le carte del Made in Italy rispetto ai classici artisti internazionali che aumentano lo share e prosciugano le casse di viale Mazzini e di noi italiani (diciamocelo su).

Per quanto riguarda la musica, sono due-tre anni che assistiamo ad un ricambio generazionale totale, quest’anno forse anche troppo, però è una bella sensazione, è un Festival che può piacere a tutti, soprattutto ai giovani. Dieci anni fa mai mi sarei immaginato di vedere sul palco i Coma_Cose, i Maneskin, lo Stato Sociale, Willie Peyote (che bravo), Ghemon, La Rappresentante di Lista, gli Extra Liscio, gli Ex Otago due anni orsono. E’ cambiato qualcosa, ci si è aperti a mondi nuovi che vagano anni luce distanti dal periodo dei vincitori o dei classificati nei talent. Quelli ci sono sempre ma sono consolidati, ora è proprio cambiata la mentalità. E fa niente se alcuni scelti sono veramente ancora troppo acerbi (che non cito per rispetto) per cantare all’Ariston.

Lo show ha viaggiato della luce immensa di Fiorello, ha zoppicato su qualche ospite e co presentatore un po’ fuori luogo e su qualche polemica sterile vedi il segno della croce di Ama (che io non ho apprezzato ndr), il direttore/direttrice di Beatrice Venezi e un’Orietta Berti più scapestrata che mai. Come ci piace.

Il Festival nonostante la moglie potente se lo portano a casa i Maneskin con Ermal Meta in versione Toto Cutugno visti i suoi tre terzi posti e la vittoria di Pirro a braccetto con Fabrizio Moro del 2018.

Anticonformisti, maleducati, trasgressivi, energici, folli. Rock.

Quello di cui avevamo bisogno.

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