La condizione del Tu

Quando arriva questo giorno mi sento sempre avvolto in un misto tra felicità e tristezza. Felicità perché la considero la mia ricorrenza preferita, non festa, in quanto non la possiamo considerare tale, visto il valore fondamentale del ricordo di persone che hanno perso la vita per donarci la libertà. Tristezza, beh vien da sé che il pensiero di quegli anni non può farci sprizzare d’allegria. Per niente.

Parlare poi del 25 Aprile non è per nulla facile.  Però è necessario, questo certo.

Non siamo potuti scendere in piazza quest’anno così come l’anno scorso a causa dell’emergenza Coronavirus. Poco male visto che, com’è giusto che sia, il pensiero a chi ci ha donato la libertà nel 45 può volare anche su un terrazzo. E da due anni a questa parte a mio avviso, anche se sempre stranamente più osteggiato da chi non ci crede, da chi è terribilmente ancora una camicia nera nell’anima, ha un significato più intenso.

Stiamo piano piano perdendo a causa naturalmente del tempo che passa le nostre memorie storiche e “la guerra invisibile” ha continuato a portarci via i nostri eroi che probabilmente senza di esso anche con patologie cliniche non facili avremo potuto abbracciare ancora per qualche anno. Avremo potuto ascoltarli, ancora e ancora e ancora, senza stancarci.

Non ci sono più ma ci siamo noi.  Che dobbiamo tramandare. Assolutamente.

Quest’anno per un articolo per il giornale ho chiamato il partigiano Gin, Sergio Leti, 96 anni, cittadino di Vado Ligure, medaglia d’argento alla Resistenza, che nel 1944, a soli 19 anni, perse la mamma, Clelia Corradini, fucilata da una camicia nera. Me lo ha raccontato con la voce rotta dall’emozione, probabilmente ancora con la rabbia nei confronti di quelle spie che li tradivano.

A lui, come alle presidenti savonesi dell’associazione ex deportati e dell’istituto storico della Resistenza ho chiesto se quei terribili anni possono avere anche solo una piccola similitudine con la guerra sanitaria che stiamo vivendo. Domanda banale, lo so, la risposta è solo una però volevo sapere cosa ne pensavano. Non è neanche paragonabile però per uscirne bisogna rifarsi alle battaglie del passato. E’ una battaglia anche questa, diversa, ma lo è. Non ci sono spie ma quel bastardo è nascosto dietro l’angolo.

Sto per finire la chiamata con il partigiano Gin, parliamo di quanto ci mancano le commemorazioni in piazza, di guardarsi negli occhi, parlarsi viso a viso e non dietro ad un computer. Mi chiede lui a me un’ultima cosa: “Una condizione, dobbiamo darci del tu”.

Lo racconto a Luana, mi brillano gli occhi. Che bella sensazione, un onore fantastico.

Mi sento leggero. Vado ad ascoltare Bella Ciao. Tutto volume.

Buon 25 Aprile.

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