Timore del ridimensionamento: la pazza Inter non se n’è mai andata

In tre giorni si è passati dall’euforia alla delusione e lo sconforto più totale. Se sei tifoso dell’Inter sai che questa spada di Damocle prima o poi ti finisce nella schiena e quando è stato vinto matematicamente lo scudetto sapevo già che qualcosa prima o poi sarebbe andato storto.

Ci sono voluti 20 giorni ma è una situazione che va a protrarsi nel tempo. Dagli stipendi arretrati passando poi agli antipodi di questa relazione complicata con Antonio Conte e agli attacchi di fine stagione alla società.

Poi il patto di Villa Bellini e il problema che sembrava rientrato. Sembrava infatti. Conte stesso sapeva che con gli accorgimenti di cui aveva bisogno, Hakimi e Vidal (che è servito a poco alla fine), lo scudetto sarebbe stato assicurato e chissene fotte della Champions. La dirigenza ha provato a fare da parafulmine a soldi che dalla proprietà difficilmente sarebbe arrivati in maniera regolare in più con il Covid a mettere in ginocchio tutte le società.

I dodici milioni di stipendio per Conte sarebbero stati una chimera e non avrebbe mai accettato di vedere perdere anche solo un ingranaggio fondamentale oltre a non aggiungere rinforzi per fare una discreta figura in Champions. Ha avuto paura di rischiare, lo spettro dell’anno di difficoltà era davvero troppo grosso. Meglio prendersi lo stipendio più la buona uscita e fine della fiera.

Similitudini con la scappata finale a Madrid di Mourinho nelle braccia di Florentino Perez la sera del Triplete non ce ne sono. In quel caso per l’Inter le possibilità economiche erano sì in calo ma con la prospettiva del triplice titolo non in serie difficoltà. Con il fine della storia invece sì. Arrivò Benitez allenatore vincente ni, con buona esperienza europea ma con scarso appeal con la piazza e empatia con i giocatori. L’arrivo di Simone Inzaghi potrà essere la stessa cosa? Non so dirlo ora, ma dalla sua ha solo un discreto gioco e l’utilizzo dello stesso modulo di Conte, poi poco altro. La bacheca dei trofei dice una Coppa Italia e due supercoppe italiane. Troppo poco, ma mi direte, che vuol dire?

Eh, significa tanto invece. Andiamo a vedere le big cosa hanno fatto. Via Pirlo dentro Allegri che non ha bisogno di presentazioni. A Napoli è arrivato Spalletti, che è un uomo sicuramente poco vincente ma che ti assicura sempre un posto nelle coppe. Mou a Roma parla da sé, carriera certamente in calo negli ultimi anni, ma basta pensare anche solo alla mentalità che dà ai suoi per farci capire che non sarà la squadra di Fonseca il prossimo anno. In attesa di capire come si muoverà la Lazio, il Milan ha un signore allenatore, così come l’Atalanta che ha il migliore sulla piazza e nel 2022 sognerà in grandissimo.

Hakimi è già in direzione Parigi, Lukaku è il figlioccio di Conte e Lautaro non aspetta altro che si riaccendano le sirene del mercato. La difesa dovrebbe essere blindata (forse), a rischiare di brutto in mezzo potrebbe essere Brozovic, collante totale di Conte con risparmi che potrebbero arrivare dalla cessione di Vecino, Naingollan e Joao Mario. Nel frattempo è rientrato Dimarco che in prospettiva in questa difficile situazione, passatemi il termine, è oro colato.

Insomma, lo stesso Conte due anni fa diceva che l’Inter non doveva più essere pazza. Un dna però non lo cambi neanche se sei l’allenatore che porta il 19esimo scudetto. E a questo giro il ridimensionamento dopo 11 anni di nulla fa grande paura.

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