Chris e Alex, W la Vita

Ieri alle 18.40 ero davanti ad una gustosissima Portogallo-Germania, una settimana fa invece alla stessa ora invece mi trovavo di fronte ad una delle scene calcistiche tra le più brutte che abbia mai visto.

Danimarca-Finlandia. Rimessa laterale e Christian Eriksen crolla a terra privo di sensi. Occhi spenti, dopo i primi battiti, il suo cuore non funziona più. Il capitano Kjaer lo salva tirandogli fuori la lingua, arrivano i soccorsi, classiche manovre e i suoi compagni come scudo si piazzano davanti a lui sgomenti per coprirlo dalle immagini delle telecamere che dopo qualche minuto fortunatamente staccano l’inquadratura.

Non nego di essermi messo a piangere con Luana. Cavolo un ragazzo di 29 anni…Mi sono sentito anche in colpa in quei minuti per le prese in giro e qualche insulti durante questo anno e mezzo giocato nella mia squadra del cuore, l’Inter. Lui che dopo le difficoltà iniziali e con un cambio di ruolo (Conte lo ha arretrato come mezzala) ha conquistato tutto il mondo neroazzurro.

In quegli attimi non si sapeva nulla delle sue condizioni se non aver visto il suo corpo sobbalzare per il massaggio cardiaco. Le facce dei giocatori trasudavano paura totale, era arrivata in campo anche la sua compagna e l’abbraccio di Schmeichel e del giocatore del Milan non avevano fatto pensare al meglio. Poi era spuntata quella foto sulla barella, intubato e con la mano sulla testa. Chris ce l’aveva fatta. La partita dopo essere stata sospesa, riprende qualche minuto più tardi. Lo aveva chiesto lo stesso Eriksen ai compagni dal letto dell’ospedale. Incredibile.

Ora non si sa se potrà mai più giocare, nel frattempo gli è stato impiantato un defibrillatore cardiaco.

Dopo quel terribile fatto che fortunatamente si è risolto nel migliore dei modi (purtroppo in altri casi più recenti: Morosini, Feher e Faè non è stato così) mi sono fermato a pensare nell’ultima settimana. Neanche 30 anni, super controllato, in buona salute e da un momento all’altro ti capita una cosa del genere. Da semi ipocondriaco mi spaventa quasi un po’ tutto e in un periodo come questo, dove si può pure rischiare di morire per un vaccino, vedi i casi della 18enne e la 32enne, entrambe genovesi, perdere la vita da un momento all’altro anche solo mentre fai sport, è una mazzata che ti induce a fare diverse riflessioni.

Ora per carità non voglio sembrare catastrofico e neanche pessimista e pauroso, sia mai. Bisognerebbe forse essere più “leggeri”. In modo più tranchant: vivere come se fosse l’ultimo giorno. Sti cazzi però.

Allora tolgo le ultime sei parole e ne lascio una. Vivere. E con questo voglio ricordare, ad un anno di distanza dal terribile incidente, Alex Zanardi. Una persona che ama quella parola più di ogni altro e non ha mai smesso di farlo.

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