Ma che fortuna, c’è il Giro d’Italia

Eh si, che fortuna. Come diceva la canzone del Giro del 1997. Però non passerà domani sotto casa mia e non lo farà neanche nei prossimi giorni. La provincia di Savona dovrà aspettare ancora, con quel diniego al passaggio nel 2020 della Milano-Sanremo che i sindaci della costa stanno ancora pagando caro.

Ritorna la carovana rosa ed è un po’ quell’appuntamento, come il Festival di Sanremo, che attendi come fosse Natale (na volta).

Si parte dall’Ungheria con tre tappe e come spesso accade nella partenza all’estero non mi trova particolarmente d’accordo, anzi. Ma gli sponsor….quello è.

Sarà un Giro particolarmente affascinante, che toccherà praticamente tutta Italia a parte la Toscana, patria del ciclismo, che però con le sua Strade Bianche meravigliose dice già la sua alla stragrande a marzo.

E’ la nostra storia, fatta di imprese epiche, storiche, di finali mai scritti fino alla fine, di persone sulle strade, ora sì, di tifo indiavolato, di salite, di discese, cadute (purtroppo ci sono anche quelle), lacrime di gioia o di sconfitta. Il giro è la pacca sulla spalla di Damiano Caruso. E’ amicizia, ma anche sana rivalità.

La tappa di oggi è un buffet più che un antipasto, poi due piatte (tra cui una crono, solo due le corse contro il tempo quest’anno e particolarmente semplici), si arriva in Italia, si inizia a scalare lo stivale, dall’Etna. Quanta meraviglia.

La Sicilia è la patria dello Squalo Vincenzo Nibali è il giorno successivo al vulcano si parte proprio dalla sua Messina. Enzo non lo si dà mai per morto, non si può non tifarlo. Gli anni passano, probabilmente non riuscirà ad essere competitivo, ma lui è il nostro ciclismo. L’unico, possiamo dirlo, che ha tenuto vivo il nostro sistema (insieme a Sonny Colbrelli, a cui mando un abbraccio più che forte) e che siamo sicuri ci regalerà una delle sue sparate.

Dal 2011 è il Giro più duro con un dislivello di 50.808 metri e le tappe Diamante-Potenza, Isernia-Blockhaus, Rivarolo-Cogne e soprattutto Mortirolo, Ponte di Legno e Cima Coppi diranno tantissimo su chi potrà succedere a Egan Bernal e indossare quella maglia rosa che ha avuto come padroni miti come su tutti, Coppi, Bartali, Pantani, Bugno e come si fa a non dimenticare Michele Scarponi.

I favoriti? Sicuramente Richard Carapaz e la sua Ineos che puntano alla doppietta, subito dietro il redivivo Mikel Landa che vuole vendicare la caduta dello scorso anno, Joao Almeida, il più interessante del lotto dopo l’exploit del 2020 e il britannico Simon Yates. Subito dopo l’accoppiata Nibali/M.A. Lopez, un Dumoulin di ritorno nelle grandi scene e i francesi Bardet e Martin con il super outsider Fortunato da top ten. Poi c’è l’ever green Valverde. Ci farà divertire. C’è il fenomeno Van Der Poel, un altro che ci farà sgranare gli occhi. I maghi delle volate, non tantissimi a sto Giro (i migliori sono al Tour), ma di tutto rispetto come Ewan, Cavendish, Gaviria, Nizzolo, Consonni e Bauhaus.

I pomeriggi da oggi si tingono di rosa per tre settimane e saliremo sui pedali direttamente dal divano, suderemo 7 camicie, ci gaseremo per l’impresa del gregario di turno con storie tutte da raccontare, per le fughe, ci divertiremo con le fagionate. E poi ci commuoveremo. Perché no? Il Giro è anche questo.

Penseremo che quello o l’altro ciclista sono in forma da come tengono tra le mani il manubrio, da come fanno andare le gambe. Saremo anche immersi in quell’immane fatica che solo i corridori sanno provare.

Il Giro d’Italia è della gente, è sulle nostre strade. E per un giorno, un arrivo, una partenza, è festa. Con quella mezz’ora prima e dopo la fine che ci fa tenere stretti quegli eroi a due ruote. In attesa del nuovo passaggio sotto casa.

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