Crollo Ponte Morandi, quattro anni lunghi un secolo

Bomba d’acqua a Porto Vado. Fango ovunque, spalato dai cittadini con le pale intorno alle case e un timido sole che prova a sistemare il tutto. C’era preoccupazione perché case, negozi, officine erano rimasti letteralmente invasi sotto l’acqua. E io ero lì a raccontare tutto.

Questa mattina sono andato a cercarmi il pezzo su Savonanews. Era stato pubblicato alle 11.15. Finito il servizio, pronto a partire per tornare a Celle, una miriade di messaggi.

“E’ crollato il ponte Morandi”. E inizio ad interrogarmi, con agitazione, quale fosse quel ponte che a Genova sotto i colpi del maltempo fosse venuto giù. Era il famigerato ponte di Brooklyn, gelo immediato. Su whatsapp iniziano ad arrivare le prime foto, i messaggi audio e pensi di essere dentro a qualche catena dove qualcuno con un più che pessimo gusto ha lanciato un finto allarme. Non era così. Sul gruppo del lavoro si susseguono le comunicazioni. Il viadotto sul Polcevera non c’è più.

Iniziano ad arrivare i primi video. Chiamo subito i miei: “Accendete la tv”. La conferma. “Chissa quante macchine stavano attraversando quel tratto”. Cioè, saranno crollate tutte giù, una cosa inimmaginabile nel 2018.

E così è stato, nella tragedia immane il fatto che fosse il 14 agosto, vigilia di Ferragosto e che fosse in atto un diluvio, hanno fatto sì che i mezzi sull’A10 in passaggio non fossero così tanti. Ma 43 persone alle 11.36 hanno perso la vita.

Qualcuno ci sarà passato un secondo prima, altri un secondo dopo sono rimasti appesi ad un filo non strappato del destino.

4 persone vengono incredibilmente estratte vive, tra i quali un ragazzo sardo residente a Savona, portiere di una squadra di calcio locale che miracolosamente è rimasto illeso, si contano i primi morti che nei successivi due giorni diventano 38, più dieci/venti dispersi e una decina di feriti gravi. Nessun danno alle case sottostanti, il ponte è infatti crollato dentro il Polcevera e nell’isola ecologica dell’Amiu togliendo la vita a due operai.

Al ritorno a casa, vedevo un continuo via vai di ambulanze, forze dell’ordine, vigili del fuoco. Avevo capito.

Il 3 agosto del 2020 ero lì. A poco meno di due anni da un giorno che non potremo mai dimenticare. A raccontare di una Liguria che ritornava ad essere unita, ma che continuava ad essere sempre più ferita. Ero su quel viadotto che anche se ricostruito aveva in sé quella dose di tensione difficile da scrollarsi. Pioveva forte, anche quel giorno, come a mio solito l’ombrello ce l’avevo ma me l’ero dimenticato in autogrill, un mio classico. Ne recupero uno bianco (che custodisco ancora gelosamente a casa) a gomiti alti in mezzo ai colleghi. E raccontiamo. L’arrivo di tutte le più alte cariche dello stato, politici regionali, locali. Il taglio del nastro. Quando davanti alla Prefettura le famiglie delle vittime facevano sentire la loro voce dopo aver parlato con il Presidente Mattarella.

L’inaugurazione non può essere una festa. Anzi. Si ritorna alla vita ma non riportano in vita chi per andare a lavorare, a casa, in vacanza, non c’è più. Un arcobaleno quel giorno mi ha fatto commuovere. Non sono credente, ma mi è sembrato un segno del cielo.

Risposte? Per ora nessuna. 59 sono gli imputati, tra ex vertici e tecnici di Autostrade e Spea, società che si occupava di manutenzioni e ispezioni, attuali ed ex dirigenti del ministero delle Infrastrutture e funzionari del Provveditorato e 600 le parti civili che si sono costituite nel processo. Processo che per la prima udienza rischia di slittare causa sciopero dei magistrati. Un paradosso italiano.

Il 24 novembre del 2020 era crollato il viadotto Madonna del Monte dell’A6. Mi sono ritrovato nuovamente in un incubo. Giornata da allerta rossa, pioggia da record. Per miracolo nessuno si è fatto male. Nessuno. Ma non può essere una continua roulette russa.

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